• Marco Comendulli

Chi è Marilyn Silverstone?


Marilyn Rita Silverstone nacque a Londra nel 1929 da genitori americani. Entrambi i genitori lavorarono nel mondo del cinema insieme al famosissimo Charlie Chaplin, avendo cosi una vita molto agiata. Questa atmosfera, insieme a personaggi famosi nel mondo della cinematografia, portò a Marilyn ad avere grande interesse nelle arti e nella cultura.

Tuttavia, dopo la morte del padre e lo scoppio della Seconda guerra mondiale, la famiglia si trasferisce in America a New York e nel 1950 Marilyn prese il diploma in Storia dell’arte al Wellesley Collage. Ma fu proprio una delle sue più grandi problematiche, la timidezza, che la portarono ad incontrare la grafologa e psicologa Eli Marcus, la quale, avendo un passato da fotografa, le consigliò come terapia, fotografare. Fu cosi che la sua grande passione ebbe inizio, perdendosi nelle folle della città per scattare le sue immagini, fino a diventare una delle collaboratrici più importanti dell’agenzia Magnum Photos.

Le sue prime collaborazioni furono con riviste di arte e design tra cui Art News, Industrial Design e Interiors. Ma furono i viaggi in Europa, Africa, Centro America, Unione Sovietica e Medio Oriente che la resero più nota e che le permisero di esprimersi al meglio.

Nel 1959 si recò in India insieme alla fotografa Ravi Shankar per svolgere un lavoro di qualche mese, ma lei si innamorò del luogo e restò per ben 14 anni; lì riuscì a comprendere quanto la vita sia breve e quanto ogni momento sia importante ed effimero, l’amore, la vita e la morte sempre in prossimità. Dai grandi e ricchi palazzi, alla povertà e malattia della gente per strada, dalla vita politica a quella sociale, lei immortala ogni momento con grande emotività cercando di cogliere la vera essenza della realtà.

Tuttavia, Marilyn cercava di evitare di fotografare il vero clichè indiano, ovvero la povertà e la carestia, ma non sempre poteva evitarlo poiché il suo lavoro di documentazione non lo permetteva. Sono proprio quei soggetti quelli che le persone preferiscono vedere e si sentono più colpiti, anche lei veniva colpita e ne soffriva e questo fatto la portò anni dopo ad abbandonare la fotografia e cambiare vita e diventare monaca. “L’unico modo per me di sentirmi in equilibrio interiormente ed esteriormente era di diventare monaca”.

Dopo essere vissuta per 25 anni in Nepal, nel 1999 torna negli Stati Uniti per curarsi da un tumore al cervello, ma vedendo che non c’erano speranze decide di ritornare in quel luogo che considerava la sua vera casa e morì all’età di settant’anni nel monastero di Shechen a Bodnath.

Le sue fotografie sono caratterizzate da colori vivaci e da una umanità profonda e toccante; trasmettono realtà e spiritualità contemporaneamente, anche se, “una fotografia è una impressione soggettiva. È ciò che vede il fotografo”. È appunto il fotografo quello che narra secondo il suo punto di vista e secondo la propria esperienza.

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